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80 ANNI FA LE DONNE AL VOTO PER LA PRIMA VOLTA
Il 2 giugno 1946 le donne italiane si recano alle urne e finalmente votano. È un passaggio storico fondamentale nel processo di ricostruzione dell’Italia, una conquista ottenuta a suon di battaglie femministe cominciate già nell’Ottocento, e consolidate con la partecipazione alla resistenza civile e alla lotta di liberazione. Un passaggio che segna l’affermazione di un nuovo protagonismo femminile nella società italiana e trova espressione nell’elezione delle 21 elette all’Assemblea Costituente: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, un’esponente del Fronte dell’Uomo qualunque. In quattordici su ventuno erano laureate, la maggior parte di loro lavorava, diverse erano impegnate nel mondo della scuola, la provenienza geografica era varia e rappresentativa di tutta l’Italia, le generazioni spaziavano dalla fine dell’800 alle nate sotto il fascismo. Le 21 elette all’Assemblea Costituente, chiamate anche madri costituenti, furono determinanti anche per le riforme dei decenni successivi. Il 2 giugno 1946 le donne si recarono alle urne in percentuali identiche a quelle degli uomini; la percentuale di votanti donne fu più alta rispetto ai votanti maschi nell’Italia meridionale e insulare. Alle elezioni amministrative furono elette più donne di quanto si potesse prevedere: circa 2000 consigliere comunali. Il 2 giugno 1946 è la vittoria della Repubblica, indubbiamente. Ma anche, appunto, la prima volta delle donne in politica nella storia italiana. Tornare a quella data significa ricordare un’acquisizione di cittadinanza. La metà della società italiana entra di diritto a far parte della politica e a essere parte della decisione pubblica. Quella del dopoguerra fu una conquista cruciale, a lungo inutilmente attesa e per la quale le donne si erano battute per decenni. Da allora, il protagonismo femminile nella società italiana è cresciuto e i primi anni Settanta segnano un decisivo scarto teorico sulla questione dei diritti civili per le donne. Sintomatiche ne sono le parole lapidarie di Carla Lonzi, pubblicate il 1970 sul manifesto del gruppo romano Rivolta Femminile. “L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna. La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli”. Il movimento strappava violentemente l’illusione che l’uguaglianza formale delle donne – la loro inclusione a pieno diritto nell’ordine sociale esistente – potesse bastare a emanciparle concretamente. Al “semplice” riconoscimento di una piena cittadinanza femminile, il movimento opponeva il rifiuto più profondo di un intero modello dominante e la volontà di esprimere un “proprio senso dell’esistenza”. La strada per le pari opportunità è una storia che ancora stiamo scrivendo. Tornare al 2 giugno del 1946 è però fondamentale perché rappresenta uno snodo inevitabile a partire dal quale si crearono le condizioni affinché le donne potessero poi dire “no” e contare davvero, come fecero nel 1974 a difesa del divorzio o nel 1981 in occasione del referendum abrogativo della legge 194. La storia delle acquisizioni legislative che si dispiega per tappe lungo i decenni ’70-’80 formalmente trova lì la sua origine, nonostante le torsioni teoriche, la sfida rivolta al piano istituzionale, la volontà di andare più a fondo nei meccanismi sotterranei del potere. leggi tutto e commenta
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OTTANT’ANNI DOPO: LA REPUBBLICA E IL DOVERE DELLA SPERANZA
Ottant’anni fa nasceva la Repubblica italiana. Il 2 giugno 1946 non fu soltanto una data elettorale: fu il momento in cui un Paese distrutto dalla guerra, dal fascismo e dalla povertà decise di rialzarsi scegliendo la democrazia. Per la prima volta votarono anche le donne italiane, e da quell’Assemblea Costituente nacque la nostra Costituzione, fondata sul lavoro, sulla dignità della persona e sul ripudio della guerra.Ricordiamo che questa ricorenza deve servire a “ritrovare insieme i valori che animarono il dibattito e i lavori dei Costituenti”. Perché tra il 25 aprile 1945 e il 2 giugno 1946 l’Italia non cambiò semplicemente forma istituzionale: cambiò coscienza civile.Eppure questo anniversario arriva in un tempo inquieto. Chi avrebbe immaginato, ottant’anni dopo, di tornare a convivere con il linguaggio della guerra, dei muri, dei nazionalismi aggressivi? Le immagini che arrivano da Gaza, dall’Ucraina e da altri conflitti ci riportano paure che sembravano appartenere al passato. Anche in Europa crescono tensioni, intolleranze e nostalgie autoritarie che pensavamo sconfitte dalla storia. Dopo decenni di relativa pace, il mondo appare fragile e insicuro. E spesso la politica internazionale sembra guidata più dalla forza e dagli interessi che dal dialogo e dalla diplomazia.Ma proprio nei momenti più difficili emerge anche qualcosa di importante: una nuova consapevolezza civile. In tante piazze del mondo migliaia di giovani chiedono pace, diritti, giustizia sociale. Rifiutano il razzismo, contestano i nuovi fascismi, difendono i valori democratici. È un segnale fragile, forse ancora confuso, ma reale. Piero Calamandrei diceva che la Costituzione contiene un programma da realizzare. Non un semplice documento da celebrare una volta all’anno, ma un impegno quotidiano.Forse è proprio questa la lezione degli ottant’anni della Repubblica: la democrazia non è mai definitiva. Va custodita, difesa, praticata ogni giorno. Dai cittadini, dalle associazioni, dalla scuola, dal volontariato, da chi continua a credere che la dignità umana venga prima del potere e della paura. I Costituenti costruirono l’Italia uscendo dalle macerie. Anche oggi, in un tempo difficile, abbiamo il dovere di non arrenderci al pessimismo. Perché la speranza, quella vera, non nasce quando tutto va bene. Nasce quando qualcuno decide che vale ancora la pena costruire futuro.
La redazione
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