Santiago non è quello che credi

Editoriale pubblicato il 16 apr 2026 nella newslsetter 15/2026

Ci sono esperienze che non si raccontano: si rincorrono.
Il Cammino di Santiago, per me, è stato questo. Non una volta sola, ma tre. La prima il giorno stesso della pensione, quasi fosse un passaggio simbolico: chiudo una porta e ne apro un’altra. Le altre due per un motivo più difficile da spiegare: cercare di ritrovare ciò che avevo provato la prima volta.
Eppure, ogni volta, il Cammino si è sottratto.
Ti illude di essere una strada e invece è uno specchio. Ti aspetti di camminare verso una meta e invece finisci per perderti. Smarrimento, straniamento, quella sensazione di essere fuori dal mondo – o forse finalmente dentro, ma senza filtri. Poi, piano piano, succede qualcosa: gli altri pellegrini smettono di essere sconosciuti, diventano compagni, specchi anche loro. Si crea un’empatia silenziosa, fatta più di passi che di parole.
E poi arriva il dubbio: “Non ce la faccio”.
È lì che il Cammino comincia davvero.
Il libro "Santiago non è quello che credi" coglie esattamente questo punto. Non è una guida, non serve a preparare lo zaino. Non ti dice dove dormire o cosa mangiare. Ti mette davanti a qualcosa di più scomodo: te stesso. Parla di fatica vera, di momenti in cui ti si spezza il fiato e ti tremano le mani. Di quando non sai più perché sei partito, ma capisci che non puoi tornare indietro uguale a prima.
Perché il Cammino vero non è una strada: è una resa.
E poi, quando meno te lo aspetti, arriva Santiago.
La cattedrale, le lacrime, una gioia che non ha spiegazioni. Non è traguardo sportivo, è qualcosa che ti attraversa. E non finisce lì. Per qualcuno, come è stato per me, il passo continua fino a Finisterre, la “fine del mondo”. Ma in realtà è solo un altro inizio.
Questo libro è per chi sente quella chiamata. Per chi ha già camminato e non sa spiegare perché vorrebbe rifarlo. Per chi ha perso qualcosa – o forse se stesso.
Non ti accompagna: ti scuote.
E, proprio per questo, assomiglia terribilmente al Cammino.