l'orcolat

Editoriale pubblicato il 07 mag 2026 nella newslsetter 18/2026

l 6 maggio 1976, alle nove di sera, era una di quelle serate tiepide di inizio maggio che sembrano scorrere senza lasciare traccia. Io ero lì, alla scrivania, a ripercorrere la giornata da responsabile di oltre duecento ragazzi in collegio. Routine, responsabilità, pensieri ordinari. Poi, all’improvviso, l’“orcolat”.
Un rumore sordo, profondo, quasi animale. La scrivania che si muoveva sotto le mani. Poi il buio: la luce saltata, il silenzio spezzato solo dalla paura. In quei momenti non c’è tempo per pensare, si agisce. Dovevo occuparmi dei ragazzi. Con calma, per quanto possibile, li facemmo uscire nel cortile. Ricordo ancora i loro occhi: spaventati, ma fiduciosi. E ricordo la fortuna. Gli spessi muri dell’edificio avevano retto. Nessuno si era fatto male.Nei giorni successivi, insieme al direttore, ci mettemmo in viaggio. Casa per casa, paese per paese, a cercare le famiglie dei nostri ragazzi. Era un pellegrinaggio tra macerie e silenzi, tra volti segnati e mani che si stringevano più forte del solito. Ancora una volta fummo fortunati: li ritrovammo tutti sani e salvi.Ma quella fortuna non fu per tutti. Il Terremoto del Friuli del 1976 lasciò oltre duemila vittime e una devastazione difficile da raccontare con le parole. Case distrutte, fabbriche crollate, chiese sventrate. Eppure, in mezzo a quella tragedia, nacque qualcosa che ancora oggi merita di essere ricordato.In questi giorni le commemorazioni si moltiplicano. Giusto ricordare i morti, doveroso. Ma forse ancora più importante è ricordare i vivi di allora: la gente friulana. La loro tenacia, la caparbietà, la dignità. Non si aspettò che qualcun altro facesse. Si ricostruì. In fretta, bene, insieme. Case, lavoro, comunità. Quella lezione resta attuale. Non è solo memoria, è un’eredità. Ci dice che anche nei momenti più bui, quando tutto sembra crollare, esiste una forza collettiva capace di rimettere in piedi non solo i muri, ma le persone.
Io, quella sera, ricordo la paura. Ma oggi, a distanza di tanti anni, ricordo soprattutto questo: la straordinaria capacità di rialzarsi. E forse è proprio questo il modo più vero per non dimenticare.