Quando la giustizia si inceppa, la speranza resiste

Editoriale pubblicato il 11 giu 2026 nella newslsetter 22/2026

Perché ero ragazzo di Alaa Faraj è libro necessario, che racconta una storia di sogni infranti, di ingiustizia e di resistenza, ma anche di solidarietà e umanità. Una lettura che merita attenzione perché va oltre il caso giudiziario e ci restituisce il volto di una persona troppo spesso ridotta a un’etichetta. Nell’agosto del 2015 Alaa ha vent’anni. È uno studente di ingegneria e una promessa del calcio libico. Alle sue spalle c’è una famiglia che crede nel suo talento e nel suo futuro. Davanti a lui, invece, una Libia devastata dalla guerra civile e un’Europa che appare vicina geograficamente ma irraggiungibile attraverso canali regolari. Come tanti altri giovani, sceglie la traversata del Mediterraneo, inseguendo una speranza. Quel viaggio si trasforma in tragedia. Sul barcone sul quale viaggia, 49 persone muoiono soffocate nella stiva. È la cosiddetta “strage di Ferragosto”. Alaa viene arrestato e accusato di essere uno degli scafisti. Da allora, da dieci anni, continua a proclamare la propria innocenza. Ha accettato la condizione di detenuto, ma non quella di criminale. La forza di questo libro sta proprio nella sua voce. Una voce autentica, scritta in carcere, in un italiano imparato dietro le sbarre, tra studio, fatica e determinazione. Le pagine sono nate a mano, su fogli recuperati in prigione, e sono arrivate all’esterno grazie ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto conosciuta durante un laboratorio e diventata una delle principali sostenitrici della sua battaglia per la verità. Perché ero ragazzo racconta il viaggio, il mare, la paura, l’arresto, la condanna e gli anni della detenzione. Ma racconta soprattutto la capacità di conservare la dignità quando tutto sembra perduto. Nelle sue parole non c’è odio. C’è invece uno sguardo che rimane sorprendentemente fiducioso nelle istituzioni, pur interrogandosi sugli errori, sulle indagini frettolose e sulle contraddizioni di un sistema che spesso individua negli ultimi anelli della catena i responsabili di tragedie molto più complesse. È una storia che parla di malagiustizia, ma anche della rete di persone che si mobilitano quando ritengono che una verità debba ancora emergere: giornalisti, scrittori, attivisti, volontari. Ecco perché questo libro è una lettura preziosa. Perché ci ricorda che dietro ogni fascicolo giudiziario esiste una vita, e che la giustizia, per essere davvero tale, non può mai smettere di cercare la verità.

buona lettura