Le parole contano: perché il femminicidio non è "un omicidio come un altro"

Editoriale pubblicato il 25 giu 2026 nella newslsetter 24/2026

Ogni omicidio è una tragedia. Ogni vita spezzata merita lo stesso rispetto e la stessa giustizia. Ma riconoscere che esistono fenomeni diversi all'interno della stessa categoria non significa attribuire maggiore valore a una vittima rispetto a un'altra.
Per questo lascia perplessi sentire affermare che il femminicidio non esista e che sia semplicemente "un omicidio come un altro". Nessuno nega che, dal punto di vista penale, si tratti di un omicidio. Il punto è un altro: il termine femminicidio serve a descrivere una realtà sociale che presenta caratteristiche ricorrenti e ben documentate. Molte donne vengono uccise da partner o ex partner che non accettano una separazione, un rifiuto, un'autonomia conquistata. Non si tratta di episodi casuali o di violenza occasionale. Spesso sono l'ultimo atto di una storia fatta di controllo, minacce, stalking, sopraffazione e possesso.
Dare un nome a un fenomeno non significa creare privilegi o gerarchie tra le vittime. Significa cercare di comprenderne le cause per poterlo prevenire. Nessuno si scandalizza se si parla di incidenti sul lavoro, di crimini d'odio o di violenza mafiosa, pur essendo tutti, giuridicamente, reati già previsti dal codice penale. Le parole servono a individuare problemi specifici e a trovare risposte adeguate. Il rischio di certe affermazioni non è tanto l'imprecisione giuridica, quanto la semplificazione culturale. Quando si riduce tutto a "un omicidio come un altro", si rischia di ignorare il contesto che rende quel fenomeno diverso e che richiede attenzione, educazione e prevenzione.
Le idee possono essere discusse e contestate. È il sale della democrazia. Ma una società matura non ha paura delle parole quando queste aiutano a comprendere la realtà. Ha paura, piuttosto, delle semplificazioni che finiscono per nasconderla