Uno sguardo che va oltre

Editoriale pubblicato il 23 lug 0202 nella newslsetter 28/2026

L’estate è tempo di piazze, spettacoli, concerti, feste di paese. È il tempo in cui ci ritroviamo più facilmente insieme, osservando persone, volti e storie che si incrociano. Forse proprio questa stagione, che rallenta i ritmi e ci concede qualche momento di riflessione, può diventare l’occasione per chiederci: come guardiamo gli altri?
Mi è capitato di assistere a uno spettacolo nel quale erano protagoniste alcune persone con disabilità. Mentre applaudivo mi sono domandato: cosa sto realmente guardando? L’esibizione? La disabilità? Oppure la persona che, attraverso il suo talento, sta comunicando qualcosa di sé?
È una domanda semplice solo in apparenza. Perché il nostro sguardo, spesso senza che ce ne accorgiamo, si lascia guidare dai pregiudizi. Ci fermiamo alla carrozzina, alla fatica di un movimento, a una parola pronunciata con difficoltà. Magari pensiamo ai familiari con un sentimento di compassione: “Poverini, quanto sarà difficile”. Oppure ci sorprende che quella persona sappia cantare, ballare, recitare o emozionare.
L’inclusione non consiste semplicemente nel dare visibilità. La vera inclusione nasce quando la disabilità smette di occupare tutto il nostro campo visivo e lascia finalmente spazio alla persona. Perché nessuno coincide con la propria condizione. Ognuno è molto di più: carattere, intelligenza, ironia, fragilità, passioni, competenze, sogni, relazioni. Una storia unica che merita di essere conosciuta.Forse è proprio da qui che comincia una società davvero inclusiva: non quando ci emozioniamo davanti a un’eccezione, ma quando impariamo a riconoscere il valore che ogni persona porta con sé, senza etichette e senza pregiudizi. È uno sguardo che non cambia solo la vita di chi viene osservato. Cambia, prima di tutto, quella di chi osserva.