**Nessuno può essere felice da solo.** È un’affermazione semplice, quasi scontata, ma forse proprio per questo vale la pena fermarsi a pensarci. Viviamo in una società nella quale siamo continuamente spinti a cercare la nostra realizzazione personale, il nostro benessere, la nostra sicurezza. Tutto sembra partire dall’“io”: i miei bisogni, i miei problemi, i miei progetti, il mio futuro. Eppure basta guardarsi attorno per comprendere che una felicità costruita soltanto su noi stessi rischia di essere fragile e incompleta.
La felicità ha bisogno degli altri.
Ha bisogno di relazioni, di condivisione, della possibilità di sentirsi parte di una comunità. Significa stare nella società non soltanto occupandoci del nostro spazio, ma imparando a guardare anche ai bisogni di chi ci vive accanto. Oggi questo passaggio dall’**“io” al “noi”** appare ancora più necessario. Crescono le divisioni, le discriminazioni, le paure e troppo spesso la violenza viene considerata uno strumento per risolvere i conflitti. A tutto questo possiamo provare a rispondere recuperando un’idea di cittadinanza fondata sulla solidarietà, sull’inclusione, sulla pace e sul rispetto delle persone e del pianeta. Una società felice non è una società senza problemi. È piuttosto una comunità capace di non lasciare sole le persone davanti alle difficoltà, nella quale ciascuno possa trovare il proprio spazio, partecipare e costruire relazioni significative.
In questo percorso anche il volontariato ha una responsabilità importante. Non può limitarsi a intervenire sulle ferite della società quando queste si sono già aperte. Deve certamente aiutare, accompagnare, sostenere, ma anche interrogarsi sulle cause dell’esclusione, delle disuguaglianze e del malessere. Deve contribuire, attraverso gesti concreti e quotidiani, a rimuovere quegli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona.
Forse è proprio questo il cambiamento di prospettiva di cui abbiamo bisogno: comprendere che **il benessere individuale e quello collettivo non sono due strade separate**.
Anche la recente Festa dei Nonni può ricordarci qualcosa: ogni generazione cresce grazie a ciò che riceve da quella precedente e, a sua volta, ha qualcosa da consegnare a quella successiva.
Passare dall’“io” al “noi” significa allora riscoprire che siamo legati gli uni agli altri.
Perché la felicità, quando diventa anche felicità degli altri, acquista un significato diverso.
E forse una società più felice comincia proprio da qui: **dal sentirci parte di un “noi”.**